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In evidenza“Il teatro, l’arte del vivere” – Incontro con Glauco Mauri

“Il teatro, l’arte del vivere” – Incontro con Glauco Mauri



“Ho ottantotto anni e vivo ancora per andare in scena. Ma non è per sentirmi dire bravo, quanto piuttosto per sentirmi utile”. Esordisce così Glauco Mauri sul palco di Officina Pasolini HUB – che il 5 marzo lo ha ospitato per A proposito di teatro, il ciclo di incontri ideati e condotti da Nicola Fano e Massimo Venturiello –  facendo subito capire quale importanza abbia avuto e abbia ancora oggi il teatro nella sua vita. “All’inizio la componente della vanità fa parte del mestiere – continua –  ma poi col tempo, se si riesce ad arrivare ad un altro livello, si capisce che salire su un palco può dare molto di più di una semplice gratificazione dell’ego. Si impara il senso della responsabilità e si comprende che si può trasmettere agli altri qualcosa sulla vita, ma soprattutto si può trasmettere umanità”.

E Mauri parte da lontano per raccontare come si  è evoluto il suo rapporto con il teatro, da quel piccolo oratorio che a soli 13 anni lo vede protagonista, per caso del suo primo spettacolo, un dramma per cui da suggeritore viene promosso ad attore principale. “Quella mia prima volta fu profetica – racconta – perché proprio al momento in cui sarebbe dovuto scendere il sipario, questo si bloccò. E Mi ricordo che pensai: questo sipario starà alzato ancora per tanto tempo! È stato lì che ho desiderato per la prima volta di fare l’attore”. Da vero appassionato e curioso dell’arte dopo quell’esperienza Mauri seguiva famelico sia l’opera che il teatro, impiegando il tempo libero a guardare quanti più spettacoli poteva. “Ho cominciato a rubare il mestiere agli attori guardandoli recitare da semplice spettatore. Perché è quello il segreto più grande, guardare, assimilare quello che vediamo per farlo nostro. Ed è quello che ho fatto per tutta la mia carriera, perché è ciò che serve maggiormente per fare bene questo lavoro. Ed è anche la prima cosa che mi hanno insegnato in Accademia, dove ho avuto degli insegnanti durissimi, ma dove ho imparato l’utilità della disciplina”. E proprio rispetto agli anni dell’Accademia Mauri ricorda: “Quando sono entrato, non potendo lavorare, per farmi bastare i risparmi che avevo mangiavo pochissimo, così la prima volta che sono tornato a casa mia madre quasi non mi ha riconosciuto: ero dimagrito trenta chili!”.

Ma dall’inizio degli anni Cinquanta, dal primo ruolo fortunato in un allestimento de I fratelli Karamazov, la carriera dell’attore decolla, non lasciandogli un solo momento libero e portandolo a collaborare con alcuni dei registi e degli attori più importanti del teatro italiano. Nel 1961 fonda con Valeria Moriconi, Franco Enriquez, Emanuele Luzzati (in seguito entrerà a farne parte anche Mario Scaccia) la “Compagnia dei Quattro”, che sarà una formazione fondamentale per il teatro italiano. Ma altrettanto fondamentale per Mauri sarà il suo incontro con il teatro di Bertolt Brecht: “un autore che mi ha lasciato un insegnamento fondamentale, ovvero: che tutte le arti contribuiscono ad un’arte più grande, quella del vivere”. Nel 1962 poi è la volta di Samuel Beckett che Mauri porta per la prima volta in Italia con L’ultimo nastro di Krapp: “Beckett è uno dei drammaturghi che in assoluto mi affascina di più, da sempre. È ostico, me ne rendo conto, ma contrariamente a quanto molti pensano non è uno scrittore freddo, al contrario, in lui è fortissimo il desiderio di parlare della difficoltà di vivere dell’uomo…”. E a proposito di Beckett, Mauri aggiunge: “Era un misantropo, ma anche uno che si divertiva a scherzarci sopra. Ionesco mi raccontò che ogni volta che gli telefonava camuffava la voce e fingeva di essere la governante!”.

Ma il ricordo più bello con cui Mauri rievoca i tanti anni passati sul palcoscenico è quello relativo ad una tournée in Sudamerica per un Giulio Cesare di Shakespeare: “ero giovanissimo e tutto quello che mi accadeva era fonte costante di meraviglia. Una sera però successe qualcosa di veramente magico: mi ritrovai dopo cena solo con Memo Benassi, un grandissimo attore. Iniziammo a parlare di Eleonora Duse, con il quale lui aveva lavorato. Io gli dissi che la cosa che più mi dispiaceva dell’essere così giovane era proprio non aver avuto la possibilità di veder recitare Eleonora Duse. In quel momento Benassi si fermò un momento, come a riflettere, poi mi chiese di seguirlo nella sua cabina. Lì con una vestaglia, nella luce soffusa di una piccola abat-jour, imitò La Duse, cimentandosi in uno dei suoi cavalli di battaglia. Alla fine del pezzo si commosse… è uno degli episodi più emozionanti della mia vita. Anche perché quella stessa sera, Benassi mi regalò la giacca di scena di uno degli spettacoli interpretati accanto alla Duse. Un capo che ancora oggi conservo gelosamente”.

Di Caterina Taricano

 

 

 

Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini è un Laboratorio di Alta Formazione artistica del teatro, della canzone e del multimediale della Regione Lazio attivato a partire dal 2014 attraverso finanziamenti europei e gestito da DiSCo, Ente regionale per il diritto allo studio e la promozione alla conoscenza.

 

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