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I criminali e i bastardi di Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni



“Criminali e bastardi – come i romanzi di successo diventano sceneggiature” è questo il titolo dell’incontro che lunedì 23 aprile ha visto protagonisti Maurizio De Giovanni e Giancarlo De Cataldo, due scrittori che con le loro storie gialle e noir hanno ispirato (e continuano a farlo) numerosi film e serie televisive di successo, e hanno contribuito a trasformare profondamente l’immaginario del nostro Paese. Un processo di rinnovamento in cui, secondo De Cataldo, fondamentale è stato l’apporto di Gomorra, “che ha mostrato un’Italia non solo terra di arte e di Mafia” dando una spinta decisiva alla fiction italiana, finalmente competitiva sul mercato mondiale.

E uno degli argomenti principali del confronto fra De Giovanni e De Cataldo (affiancati sul palco da Felice Liperi, Tosca e Massimo Venturiello) è stato proprio quello – inevitabile quando si cita il romanzo di Roberto Saviano e le relative trasposizioni cinematografiche e televisive – del cosiddetto ‘fascino del male’, del rischio dell’esaltazione di un modello negativo. “Sono stanco di questi discorsi ricorrenti su come il racconto di personaggi e fatti criminali nella finzione possa creare emulazione nella realtà – ha dichiarato l’autore di Romanzo Criminale – è chiaro che quando si racconta il male si assume un punto di vista, che non può non essere in parte anche quello del malvagio. Certo in Italia i confini tra bianco e nero sfumano spesso nel grigio, ma se non si raccontasse anche questo non ci sarebbe quella che Sofocle chiamava catarsi…. C’è un grande desiderio di strumentalizzare dietro questo continuo scandalizzarsi e anche una sottile viltà. Bisogna fare attenzione ai moralisti, è a causa loro che si perde la libertà”. De Giovanni invece ha sintetizzato il suo pensiero in una battuta: “se Gomorra ha portato ad un aumento della delinquenza, mi devono spiegare allora perché Don Matteo non ha causato un aumento delle vocazioni religiose! Il racconto del male e delle sue ragioni – ha aggiunto – sono presenti già nella Bibbia, dove è tutto un susseguirsi di omicidi efferati. Per quanto mi riguarda, attraverso la letteratura cerco di andare alla scoperta di quello che la cronaca giudiziaria e la giustizia non trasmettono. Ma questa urgenza non ha niente di voyeuristico, alla base c’è il bisogno di cercare una spiegazione che renda il male riconoscibile”.

Proprio questa esigenza spiega il perché nei tanti romanzi firmati da De Giovanni non compaia mai, in nessuna forma, la camorra: “una macchina per il profitto di cui a me non interessa parlare – ha spiegato lo scrittore –  Io voglio raccontare l’emozione che si sposta, la passione che cambia perché incontra un ostacolo, l’invidia, il voltafaccia , la deviazione…” Elementi questi rimasti fedeli alla scrittura anche nella trasposizione televisiva di uno dei suoi più celebri romanzi, I bastardi di Pizzofalcone, primo libro della serie ambientata nell’ormai celebre commissariato napoletano, ma secondo ad avere per protagonista l’ispettore Lojacono. Pur avendo mantenuto un legame stretto con il romanzo, la serie tv, per De Giovanni, rimane sempre qualcosa in cui il racconto risulta molto limitato: “Qualsiasi sceneggiatura tratta da un libro è un tradimento, anche se a scriverla è la stessa persona. Sono stato molto felice del successo televisivo de I bastardi di Pizzofalcone, ma continuo a pensare che fare il romanziere sia più bello che fare lo sceneggiatore. La scrittura di un romanzo ti offre molte più strade da intraprendere e molta più libertà. Certo è quasi sempre una traversata in solitaria, ed è anche per questa ragione che credo poco nelle scuole di scrittura, luoghi in cui si cerca secondo me di standardizzare un processo che è profondamente individuale. A questo proposito cito sempre un episodio che è accaduto al mio amico Vittorio Manzini, lo scrittore della serie di romanzi che ha per protagonista il vicequestore Rocco Schiavone. Manzini, arrivato al terzo libro, era andato da Camilleri a chiedere consigli. Nello specifico voleva sapere come fare a scrivere su questo personaggio presentandolo ai nuovi lettori, ma senza annoiare chi aveva letto i primi due romanzi. Camilleri dall’alto della sua cultura e intelligenza rispose solo: ‘sono cazzi tuoi’. Ed è una risposta che, secondo me, correttamente trasferisce sul singolo scrittore, anche se in maniera sintetica, quello che si deve fare. Ovvero, ognuno deve portare avanti la sua storia a modo proprio. L’inventore di una storia non deve pensare a chi la leggerà; pensare a cosa piace al pubblico è la cosa più sbagliata che si possa fare”.

Per De Cataldo invece romanzo e adattamento posso tranquillamente vivere due vite separate. Il bello della sceneggiatura per lui è che è un “lavoro di squadra: alle volte in questa squadra si riesce a portare quello di cui si è convinti, altre volte no. Ma la scelta di fondo va fatta all’inizio, per una questione di lealtà. O si è fuori o si è dentro e se si decide di star dentro, si devono accettare anche cose che non piacciono, per una questione di fedeltà al prodotto”.

Il successo invece, per entrambi gli scrittori, è qualcosa che dovremmo smettere di voler spiegare. Lo sottolinea De Cataldo prendendo in prestito le parole del famoso scrittore e commediografo William Somerset Maugham: “Ci sono tre ingredienti che garantiscono il successo di un’opera: purtroppo nessuno li ha ancora scoperti”.

E forse è proprio per questo motivo che sia De Cataldo che De Giovanni si sono avventurati senza troppa paura in territori ancora da scoprire. L’ultimo romanzo di De Cataldo, L’agente del caos si sposta infatti dalla malavita romana all’America degli anni Sessanta-Settanta, con una storia che mescola droga, servizi segreti, terrorismo, corruzione. De Giovanni invece sperimenta con un nuovo personaggio, una donna, protagonista di Sara al tramonto: “Sara, è arrivata da sola, non era prevista. L’ho incontrata una notte mentre rientravo a casa. Era molto tardi e ho intravisto, seduta in un’auto, al posto di guida una donna con capelli bianchi corti. Ho pensato potesse aver bisogno di aiuto, aveva uno sguardo assorto, molto teso. Da quel momento mi sono fatto una serie di domande per tutta la notte e la mattina dopo mi sono dato tutte le risposte.  Ho creato il mio personaggio in un attimo e mi sono divertito molto a scriverlo. Questo per dire che le storie arrivano in tanti modi, e quando siamo fortunati ci vengono a cercare, in forma di voce, di persone, di documento… bisogna solo avere il coraggio di ascoltarle”.

Caterina Taricano

 

 

 

 

 

 

 

Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini è un Laboratorio di Alta Formazione artistica del teatro, della canzone e del multimediale della Regione Lazio attivato a partire dal 2014 attraverso finanziamenti europei e gestito da DiSCo, Ente regionale per il diritto allo studio e la promozione alla conoscenza.

 

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