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Lunedì 20 Giugno c’è stato il quarto e ultimo appuntamento di Officina Pasolini OFF #Canzone, un ciclo di incontri con alcuni dei migliori esponenti della musica italiana. Dopo Dimartino e Fabrizio Cammarata (3 Maggio), Levante (19 Maggio), Paola Turci (10 Giugno), la rassegna si è conclusa con il pianista jazz Danilo Rea. Durante la serata si sono esibiti anche alcuni studenti della sezione Canzone ed il duo composto da Antonio Pirozzi e Arturo Caccavale, che si sono diplomati lo scorso anno ad Officina Pasolini.
Dai Beatles alle arie d’opera, da Gershwin e Schubert a Chet Baker, a Louis Armstrong, dal rock al pop passando per Mina e Gino Paoli. Anima libera, artista più di ogni altro trasversale, Danilo Rea con la sua musica coniuga nell’improvvisazione le grandi melodie di ogni tempo e luogo, lasciando senza fiato ogni volta che sfiora il pianoforte. È stato così anche durante l’ultimo incontro di Officina Pasolini Off – il ciclo di appuntamenti pensato dalla sezione canzone per una prospettiva sulla musica italiana; Danilo Rea, intervistato da Tosca e Felice Liperi, si è infatti raccontato con grande generosità al pubblico dei PiniSpettinati e con altrettanta prodigalità ha suonato, improvvisato, si è messo a disposizione dei suoi ascoltatori per spiegare cos’è per lui la musica, per raccontare quell’emozione che lo ha portato a fare della sua passione il suo mestiere e che tutt’ora continua ad essere la stella polare del suo lavoro: «Un insegnante che stimavo molto un giorno mi disse: il perfetto interprete è un perfetto cretino. Un esempio calzante per spiegarmi che la tecnica non deve mai superare il sentimento, la voglia che ci spinge a suonare; e questa è una cosa che ho fatto mia fin da subito e che mi ha permesso di visitare tutti i generi attraverso il jazz, che è l’arte dell’improvvisazione per eccellenza, senza costruirmi delle gabbie. Purtroppo però a mettere in un recinto la creatività ci pensa la scuola. È ovvio che lo faccia, deve “normalizzare”, dare delle regole; compito dell’artista è però quello di imparare per poi sbarazzarsi di ciò che ritiene superfluo e non lo rispecchia». Questo è il primo consiglio di Rea a chi gli chiede come fare per diventare musicista: «acquisire la tecnica per poi sentirsi liberi di tradirla». Si comincia quindi dall’inizio, dalle prime lezioni di pianoforte prese per caso, dalla musica classica, dalle lunghe e noiose ore di solfeggio al conservatorio, ma è proprio la noia di quelle interminabili sedute a spingerlo pian piano a «strimpellare d’altro». «Ho scoperto il jazz a sedici anni perché sentivo il bisogno di ampliare le mie possibilità creative. Nel jazz però, come nella musica classica devi capire subito cosa ti piace ascoltare. Il mio battesimo avvenne con My Favorite Things, nella versione di John Coltrane. Poi è arrivato Glenn Gould e mi si è aperto un mondo. Desideravo essere libero, fare quello che facevano i grandi del jazz: partire dalla melodia e creare intorno ad essa qualcos’altro. Anche nell’improvvisazione però esistono le gabbie ed è ancora più difficile uscirne; poi ci sono quelli che approcciano al genere in un altro modo, sciorinando una dietro l’altra tutte le cose che hanno studiato a casa, ma è qui che la tecnica può travalicare e rubare spazio alla creatività e quindi all’emozione. Anche perché il cervello umano non è in grado di inventare oltre una certa velocità… E questo spiega in parte perché i musicisti di tutti i tempi hanno scritto i loro brani migliori negli “adagi”. E poi la musica è semplicità. I buoni insegnanti lo sanno ed è la prima cosa che cercano di trasmettere agli studenti». Una visione “socratica” che privilegia innanzitutto la creazione personale, «volta ad esprimere se stessi», all’inseguimento di un modello precostituito; Socrate parlava di daimon, l’essere divino, il genio che c’è in ognuno di noi, e che spinge costantemente a interrogarsi, a ricercare. E Rea, in questo senso è la prova inconfutabile che mantenere vivo questo dialogo è possibile: «Solitamente i jazzisti tendono ad essere molto chiusi, a praticare il jazz come una strana forma di isolamento, io invece faccio parte di quella percentuale anomala che ha utilizzato questo genere per esplorare e conoscere altri contesti. Fondamentale in questo senso per me è stato crescere nell’ambiente del jazz romano, con Maurizio Giammarco, Tommaso Vittorini, Roberto Gatto. Eravamo un piccolo gruppo, ma avevamo una gran voglia di sperimentare. Contrariamente a chi si muoveva nell’ambiente milanese ci sentivamo meno legati alla tradizione e quindi più liberi. Seguivamo un’idea di jazz più mitteleuropea, più naif. Sentivamo moltissimo la voglia di contaminare la nostra musica. Io ho avuto prestissimo la necessità di farlo, da quando ero ragazzo; avevo bisogno di esprimermi sulle melodie che rappresentavano la mia epoca e credo di essere stato uno dei primi ad andare in questa direzione perché in America il pop non era ben visto dai jazzisti, come d’altronde non lo era in Italia, una mancanza di prospettiva derivata dal fatto che il pop non era ritenuto un genere colto… con il tempo fortunatamente la visione si è modificata. Oggi, anche in America, i più grandi musicisti suonano brani di gruppi pop improvvisandoci sopra. Con Doctor 3 poi, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra ed io abbiamo inventato un modello di trio unico e totalmente originale nel jazz, soprattutto se pensiamo che si trattava della fine degli anni Novanta». E parlando di America, non sono mancati gli aneddoti sulle numerose collaborazioni illustri: Chet Baker, Lee Konitz, John Scofield, Joe Lovano e molti altri… mentre, tornando alle contaminazioni pop, Rea ricorda i sodalizi con Mina, Gino Paoli e Pino Daniele: «Mina è un’artista in grado di farti fare qualunque cosa, ma bisogna saperle stare dietro; ha in testa sempre dei grandi esempi, propone cose improbabili e geniali, con lei si rischia di pensare di lavorare su un brano e due ore dopo averlo già registrato! Pino Daniele invece era un musicista in grado non solo di inventare delle successioni di note ma di rielaborare la tradizione napoletana attualizzandola ogni volta con la musica del tempo. Guardava all’America al soul, al funk al fusion; ha mescolato davvero questi linguaggi, conquistando persino gli americani… Per quanto riguarda Gino Paoli, la nostra collaborazione è relativamente recente. Insieme abbiamo realizzato Due come noi una serie di concerti in cui abbiamo rivisitato i grandi classici nazionali e internazionali. Di lui ho amato da subito l’assertività. Una delle prime cose che mi ha detto è stata: non so se canto bene o male, so però che quando canto la gente si emoziona». Un duetto particolare è poi quello che il 22 giugno vedrà Rea al fianco del trombettista Mederic Collignon al festival Una striscia di terra feconda. “Mederic ed io suoneremo un repertorio totalmente improvvisato. Chissà cosa succederà, ma d’altronde la parola d’ordine di questa manifestazione è osare”. E Danilo Rea si diverte a farlo anche alla fine dell’incontro, mescolando George Gershwin e i Beatles. The man i love e Here comes the sun sono infatti le canzoni con le quali saluta il pubblico.
Come sempre, a conclusione della serata, i giovani artisti di Officina Pasolini hanno calcato a loro volta il palcoscenico interpretando alcuni brani musicali, sicuramente influenzati dalle parole di un artista così completo e coinvolgente.
Articolo a cura di Caterina Taricano
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The post Sezione #Canzone | Danilo Rea, l’arte dell’improvvisazione first appeared on Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini.]]>Venerdì 10 Giugno c’è stato il terzo di Officina Pasolini OFF #Canzone, un ciclo di incontri con alcuni dei migliori esponenti della musica italiana. Dopo i primi due appuntamenti in cui ci sono stati Dimartino e Fabrizio Cammarata (3 Maggio) e Levante (19 Maggio), il salotto dei Pinispettinati ha avuto il piacere di ospitare Paola Turci, che, oltre a raccontare il suo percorso artistico, le sue scelte ed il suo impegno sociale, ci ha regalato alcuni dei suoi successi live ed ha duettato con Rita Ferraro, una giovane cantautrice della sezione. Durante la serata si sono esibiti anche 5 studenti della sezione Canzone ed il cantautore napoletano Toto Toralbo, accompagnato dalla sua band (I Minimali), il quale si è diplomato lo scorso anno ad Officina Pasolini.
«È l’istinto che conta nella musica. Sempre e comunque. È una regola forse banale ma per me è stata fondamentale: fare delle scelte sulla base di ciò che ritenevo giusto al di là del parere degli altri mi ha permesso di non pentirmi mai, o quasi». Paola Turci non ama i giri di parole nemmeno quando parla di se stessa, della sua carriera, di quel “viaggio in mare aperto” che per lei rappresenta ancora oggi il suo mestiere. Una vocazione da “esploratrice” che le ha consentito di frequentare senza contraddizioni la canzone d’autore come la musica pop e di misurarsi con esperienze sempre nuove come il teatro, la danza e la scrittura di due libri (un romanzo e un’autobiografia); perché come recita la sua canzone Saluto l’inverno “ È la curiosità un fervido impulso, Il motivo di un viaggio perenne”. Ma non si può guardare al futuro senza accettare il proprio passato, e questo Paola Turci lo sa bene. Lo si legge in filigrana nei suoi testi, ne parla senza remore lei stessa, ospite di Tosca e Felice Liperi al terzo appuntamento di Officina Pasolini Off, dove, nel salotto dei PiniSpettinati, si è raccontata con grande generosità: «Quando penso ai miei esordi provo molta tenerezza. Ho un buon rapporto con il tempo che passa, ma se ripenso all’anno in cui ho incontrato per la prima volta il grande pubblico, era il Festival di Sanremo del 1986, ho sempre la sensazione di un armadio in disordine da sistemare. Puntualmente non ci riesco. Ho ricordi confusi, sensazioni contrastanti. La canzone si chiamava L’uomo di ieri, era molto bella, ma la mia esibizione fu un vero disastro e infatti venni eliminata quella sera. In quell’occasione però conobbi Donatella Rettore. Era difficile non accorgersi di lei: era travestita da angelo, con ali di almeno due metri di ampiezza! Me la vidi passare di lato poco prima di esibirmi, sembrava davvero di un altro pianeta. Incuteva una certa soggezione anche per via della sua altezza, però con me fu deliziosa: mi strinse forte il braccio e prima che andassi in palcoscenico mi disse in bocca al lupo; purtroppo servì a poco!”.
Erano gli anni della It di Vincenzo Micocci, la piccola etichetta indipendente distribuita da RCA, che dalla “casetta” di collina Fleming ha visto uscire tanti giovani cantautori di successo – in particolar modo quelli della cosiddetta scuola romana: Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Giorgio Lo Cascio, Ron – e che anche per la Turci è stata fondamentale: «È stato qui che ho incontrato gli autori che mi hanno insegnato a scrivere e grazie ai quali ho capito che le canzoni non devono necessariamente parlare d’amore». Ma quando imbraccia la chitarra per cantare Dio come ti amo, una delle cover presenti nel suo album Attraversami il cuore, «la canzone d’amore più potente che abbia mai sentito», la Turci dimostra quanto sia cambiato il suo punto di vista nel corso del tempo. La trilogia composta appunto da Attraversami il cuore, Giorni di rosa e Le storie degli altri, ha infatti come tema portante proprio l’amore; il secondo album in particolare esplora l’argomento da un punto di vista tutto femminile e le canzoni portano la firma di sole autrici donne: Carmen Consoli, Nada, ma anche Marina Rei, Ginevra Di Marco, Grazia Verasani, Neif Herin, Chiara Civello. E poi ci sono i giochi, le reinterpretazioni – da quelle filologiche a quelle più audaci – dei brani dei grandi autori della musica italiana: «Dare un nuovo arrangiamento ad Ancora tu, di Lucio Battisti e cantarla è stato molto divertente, anche se nel corso della mia carriera ho sentito più vicini cantautori come Pino Daniele o Franco Battiato. Un discorso a parte lo merita Luigi Tenco, un artista che ha avuto una grande importanza nella mia formazione. Ho avuto l’onore di misurarmi con una delle sue canzoni più dure e meno conosciute, E se ci diranno; Un pezzo di protesta, di forte denuncia sociale che è rimasto di grande attualità». E la nuova musica indipendente italiana di oggi? «Ne ascolto tanta. Amo molto Le luci della centrale elettrica e i Ministri. Sono davvero bravi, tanto che ho voluto fortemente che fosse Federico Dragogna, storico paroliere e chitarrista de i Ministri a curare la realizzazione di Io sono, il mio ultimo album».
Ma ancora una volta si ritorna a parlare di donne… “un universo che non mi stancherò mai di indagare perché ovviamente fa parte della ricerca che ogni giorno faccio su me stessa. È da tanto che vorrei scrivere qualcosa sulla violenza che ormai da troppo tempo è perpetrata nei confronti delle donne, ma è un tema talmente grave e importante che ogni volta che ci provo sento tutta la limitatezza della parola”. Parola che scorre, che rievoca, e ancora una volta non si stanca di disegnare nuovi universi femminili è quella che ritroviamo invece nelle pagine di Con te accanto, primo romanzo di Paola Turci, firmato a quattro mani con Eugenia Romanelli e nell’autobiografia Mi amerò lo stesso: “La scrittura per me ha un valore catartico, è stata un bella scoperta. Nel primo libro ho voluto raccontare l’amicizia profonda di due donne in difficoltà, mentre nel secondo la mia storia, operazione tutt’altro che facile perché ho dovuto smascherarmi, mettermi a nudo, convivendo costantemente con questo disagio. Ora sto già lavorando sulla mia prossima storia!». Come sempre però le direzioni sono molteplici e complementari e infatti oltre alle novità editoriali la Turci ha annunciato un nuovo album di inediti e un progetto teatrale. Un vero fiume in piena nel raccontare, la cantautrice non si è risparmiata nemmeno quando si è trattato di cantare, improvvisando al fianco di Rita Ferraro, studentessa della sezione canzone, Quasi Settembre e chiudendo la serata con una toccante versione di Ti amerò lo stesso eseguita a cappella.
Articolo a cura di Caterina Taricano
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The post Sezione #Canzone | La musica? “È un viaggio in mare aperto” – conversazione con Paola Turci first appeared on Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini.]]>Giovedì 19 Maggio c’è stato il secondo appuntamento di Officina Pasolini OFF #Canzone, un ciclo di incontri con alcuni dei migliori esponenti della musica italiana. Il salotto OFF di Officina Pasolini ha avuto il piacere di ospitare la cantautrice Levante. Il suo mondo musicale ed estetico l’hanno presto consacrata a icona pop, celebrata sui social ma anche acclamata nelle sue esibizioni. E il plauso arriva sicuramente dalla sincerità con la quale Levante affronta il suo lavoro e dal suo personale modo di vivere la musica.
L’incontro, che ha avuto luogo ai Pini Spettinati di Roma, è stato presentato da Tiziana Tosca Donati, coordinatrice della sezione canzone di Officina Pasolini dal giornalista e musicologo Felice Liperi. Durante la serata si sono esibiti anche 5 studenti della sezione canzone e Olga Bellardita, cantautrice che si è diplomata lo scorso anno ad Officina Pasolini.
“Che vita di merda” cantava tre anni fa nel suo primo singolo Alfonso: “ho le scarpe da sera, ma non sono in vena”. Da allora Levante (al secolo Claudia Lagona), la cantautrice siciliana, torinese d’adozione, di strada ne ha fatta e parecchia, ma, scarpe da sera o meno, sempre “guardandosi i piedi” perché, come ci tiene a sottolineare, “non si finisce mai di camminare”. Eppure dopo il suo primo disco, Manuale distruzione, realizzato “facendo cappuccini al bar”, a conferma del suo talento e della sua grande capacità comunicativa è arrivato anche il suo secondo album, Abbi cura di te, che le ha spalancato le porte dell’olimpo del pop.
Ma, come si dice, non è stato tutto rose e fiori, anzi, “le prime soddisfazioni sono arrivate dopo tante cadute e tanti momenti di scoraggiamento”. La storia di Levante, di quella sua autenticità conquistata e conservata con grande fatica, si intuisce, a piccoli pezzi, nelle sue canzoni così come ascoltandola parlare. Sul palco di Officina Pasolini Off (secondo appuntamento del ciclo di incontri dedicati alla musica italiana), la cantautrice, intervistata da Tosca e Felice Liperi, ha raccontato i sui progetti musicali proprio partendo dalla sua vita, dalla sua infanzia e da quel primo concorso al “Festival degli Sconosciuti” di Ariccia, dove venne esclusa da Teddy Reno in persona, che le disse: “sei brava, ma questa musica non ci interessa”.
La tua carriera dunque è cominciata con un no…
Esatto. Quello al “Festival degli sconosciuti” è stato il mio primo provino. Ero partita dalla Sicilia con mia madre e mia sorella. Ricordo che avevo le mani distrutte, perché suonavo da poco e ancora non mi ero abituata. Per sentire meno il dolore all’epoca mi fasciavo le dita con lo scotch! Ero agitata, ma il provino andò male semplicemente perché la musica che facevo io a loro non interessava. Teddy Reno mi fece i complimenti, ma non mi selezionò. In questo modo si sono conclusi quasi tutti i provini della mia vita: tante pacche sulle spalle, ma poi, nessuno che mi prendesse sul serio.
E poi, cos’è successo?
È successo che la prima vera carezza dalla musica l’ho ricevuta a 26 anni, quando è uscito Manuale distruzione; tardissimo rispetto a quando ho iniziato. Ma è anche vero che io stessa ho perso molto tempo. Per arrivare a quel disco – che ha rappresentato un punto di partenza importante per la mia carriera ma anche un punto di arrivo fondamentale per un mio percorso personale- ho fatto moltissima fatica e talvolta ho disperso le energie. Pur di incidere qualcosa infatti a diciannove anni ho firmato un contratto con dei produttori poco seri, che mi hanno rubato tre anni di lavoro. Ma hanno potuto farlo perché in quel periodo ero attenta solo a ciò che volevano gli altri e non a ciò che desideravo io.
Questa esperienza mi ha fatto andare profondamente in crisi. Poi ho deciso di ricominciare. Sono partita per l’Inghilterra in cerca di altro, di qualcosa di nuovo. Come meta avevo scelto Leeds, ma anche lì è stata una delusione. Non riuscivo a trovare una mia collocazione. Non mi è mai importato di diventare famosa, ma non volevo arrendermi all’idea di non poter vivere facendo musica.
Tornata in Italia, nella mia adorata Torino, dopo il mio periodo inglese non sapevo davvero che fare; più volte ho pensato seriamente di smettere, poi quasi per caso sono venuta a sapere che Davide Pavanello, il cantante dei Linea 77, aveva un progetto molto interessante che coinvolgeva tanti artisti. Così ho voluto conoscerlo per saperne di più. Quello con Davide è stato un incontro che mi ha cambiato la vita. È stato lui a farmi capire che in certe canzoni perdevo forza perché non ero me stessa: di alcune disse che erano proprio da buttare perché non mi appartenevano, altre invece lo conquistarono completamente, come La scatola blu, un brano in cui, effettivamente, c’è molto di me.
Si trattava insomma di superare un blocco…
Sì, non mi sono accettata per anni, alle volte ho remato contro me stessa, ma poi quando
sono riuscita a superare questo problema, a convincermi del fatto che non dovevo seguire dei modelli fasulli, è stato tutto in discesa. Proprio in quel periodo – evidentemente era il momento giusto – ho conosciuto Alberto Bianco, sono letteralmente impazzita per i suoi dischi e ho deciso che il mio avrebbe dovuto produrlo lui. Così è nato Manuale distruzione, l’album grazie al quale ho sentito che qualcosa era finalmente cambiato.
Manuale distruzione ha scalato le classifiche anche grazie ad Alfonso, il singolo che ha anticipato l’album
Sì, Alfonso è una canzone a cui devo molto. È la cronaca di una di quelle feste in cui nessuno si diverte e tutti non vedono l’ora di tornarsene a casa. Niente funziona, dalle scarpe scomode al al festeggiato, che nemmeno si conosce! Credo di aver interpretato il pensiero di molti. Chi di noi non ha mai sognato di urlare a squarciagola cosa pensa della vita in certi momenti?
E tu cosa ne pensi?
Fortunatamente non la penso sempre come in Alfonso. Io sono un’entusiasta, una che non si arrende. Anche se la vita sulle cose importanti mi ha messo alla prova da subito: mio padre è morto che ero una ragazzina ed è un trauma, questo, sul quale ho dovuto lavorare parecchio.
La musica ti ha aiutata?
È stata fondamentale. Ho cominciato a suonare e a scrivere da molto piccola. Da sempre la musica ha rappresentato un porto sicuro per me, un rifugio. E anche in quel caso è stato così. In quel brutto momento, anzi, ho capito quanto fosse importante per me. Tutte le canzoni da quel momento in poi le ho scritte pensando a mio padre.
In Finchè morte non ci separi invece, canzone che fa parte del tuo secondo album, parli di tua madre, e addirittura canti insieme a lei
Sì, Jodorowsky lo definirebbe un atto psicomagico. Quando ho scritto questo brano che racconta di una ragazzina che fugge di casa per sposare il suo fidanzatino mi sono resa conto che stavo scrivendo la storia dei miei genitori e soprattutto che stavo raccontando questa vicenda dal punto di vista di mia madre. Ho pensato che finalmente stavo scrivendo per lei e non per mio papà. È facile scrivere per chi non c’è più, per chi in qualche modo rimane idealizzato, più dura è parlare delle persone che restano.
Mia madre è per me un grande esempio di vita. L’idea di farla cantare mi è venuta quasi subito
e lei che è la persona più estroversa che conosco ha accettato senza fare la minima resistenza pur non avendo mai cantato in pubblico! Cantare con lei e girare il video di questa canzone è stata una delle cose più emozionanti che abbia mai fatto.
Come scrivi i tuoi pezzi?
Li scrivo di getto. L’ho sempre fatto. E soprattutto non rileggo mai per correggere. Scrivo e metto il punto, e questo perché la canzone mi si compone in testa prima ancora di pensarci. Quando prendo la chitarra in mano è per fare la stesura definitiva. Scrivere, correggere, cancellare sarebbe come rielaborare una pagina di diario. I diari invece sono belli proprio perché hanno la freschezza dell’immediatezza.
Hai già parlato di chi è stato fondamentale per la tua la tua carriera, quali sono stati invece gli artisti della tua formazione?
Da piccola ero innamorata delle donne. Carmen Consoli, che come me è di Catania, sicuramente ha avuto una grandissima influenza su di me. Poi ci sono state Janis Joplin, Alanis Morissette, Tori Amos, Mina e crescendo il vecchio rock indipendente, Cristina Donà, i Marlene Kuntz, gli Afterhours. Ho fatto una selezione ristretta.
A ventitré anni invece ho scoperto il sottobosco musicale torinese: Alberto Bianco, che come dicevo mi ha permesso di realizzare il mio primo disco, Davide Pavanello, Daniele Celona e persino Niccolò Fabi, che pur essendo romano con Torino ha un legame profondo.
In questi anni hai preso parte al concerto del primo maggio a Roma e poi a quello di Taranto. Come coniughi la tua parte più “impegnata” con il tuo spirito pop?
Contengo entrambe le parti. Una cosa non esclude l’altra. Anche perché compito della musica è quello di veicolare un messaggio sia esso intimo o collettivo. Sono stata molto felice di partecipare alla manifestazione di Taranto perché ho avuto davvero l’impressione di fare qualcosa di utile con la mia musica. A Taranto la situazione è grave per via dell’Ilva. È un problema che ha spaccato la città in due parti: c’è chi vuole vivere e spinge per la chiusura dello stabilimento e chi invece prima che alla salute pensa ad arrivare a fine mese e combatte per continuare a mantenerla in piedi. Nonostante le resistenze è una città che ha dato un grande esempio di rivolta.
E se ti proponessero di fare il giudice in un reality?
Ci dovrei riflettere. Non demonizzo questo tipo di percorsi, anche se io ho scelto di fare un’altra strada. Non siamo tutti uguali: ci sono persone che hanno bisogno di essere indirizzate, soprattutto all’inizio, e altre che se non vanno a briglia sciolta non funzionano. Io ad esempio, come artista, non avrei mai tollerato di non potermi esprimere liberamente. Da giudice non so come mi sentirei, la tv non mi spaventa ma non abbastanza esperienza.
Di cosa parlerà il tuo nuovo disco?
Non lo dico neanche morta. Posso solo rivelare che come gli altri sarà una sorta di “concept album” e che dall’area torinese mi sposto a quella milanese…
Intervista a cura di Caterina Taricano
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